Fuori Vena
FINALMENTE IN LIBRERIA!
dvd (con extra e anche con sottotitoli in inglese e spagnolo) + libro (interventi di artisti che ne raccontano la realizzazione)
L’autoproduzione è un terreno difficile, se poi è applicata ad un film diventa quasi impossibile. Il primo lungometraggio di Tekla Taidelli, nato alla scuola civica di Milano sotto la guida di Marina Spada, invece si è fatto strada fino ad essere selezionato alla 58˚ edizione del Festival di Locarno e a vincere il Sulmona Film Festival ed è circolato anche al di fuori dell'Italia.
Non sono mancate neanche le recensioni autorevoli, l’entusiasmo che lo ha accompagnato è proporzionale al numero di persone coinvolte nella sua frenetica realizzazione e allo sguardo originale con cui è stato trattato il tema della droga.
Fuori Vena lo affronta senza filtri, pietismo o ipocrisie, con uno stile visionario, sempre in bilico tra ironia e dramma. Quasi riprendendo e riattualizzando la tradizione dei film neorealisti, tutti gli attori del film sono presi dalla strada, non ci sono professionisti tra loro, e proprio per questo riesce a osservare dall’interno i luoghi più disperati e rimossi della città.
Nonostante questo successo, Fuori Vena ha trovato il suo pubblico prevalentemente al di fuori delle sale cinematografiche. È proprio per continuare a diffonderlo che Agenzia X ha deciso di pubblicarlo, assecondando le numerosissime richieste di chi ancora non è riuscito a vederlo.
Il dvd oltre al film include contenuti extra come il backstage, le iterviste e il trailer. Il libro raccoglie gli interventi di numerosi artisti e filmaker che sono stati coinvolti nella realizzazione: Massimo Zamboni, Marina Spada, Francesco Scarpelli, Guido Blumir, Marco Philopat e tanti altri.
A proposito di Fuori Vena:
“Si esce dal film felicemente spiazzati, pregiudizi morali sono stati fatti a pezzi.” Il Manifesto
“Un film sincero e furibondo.” Corriere della Sera
“Un film che ha il ritmo di chi non s’accontenta mai, l’urgenza di gridare al mondo quanto sia immondo, la voglia di amare: Fuori Vena è un inno alla resistenza nei confronti dell’omologazione.” Film Tv
“Un film ben fatto sulle nuove droghe del 2000, ironico e drammatico nello stesso tempo e soprattutto vero.” Marina Spada
"Un mondo crudo, elementare, inesorabile, forse disperato ma più vitale di tanta insopportabile e paludata società civile." Tekla Taidelli
venerdì 27 giugno 2008
giovedì 26 giugno 2008
Fuori Vena
Agenzia X presenta:
FUORI VENA
La strada si racconta

Il film di Tekla Taidelli
IN LIBRERIA!
DVD + libro
Tekla è una giovane punk che vive in una cascina occupata della periferia milanese. Frequenta una scuola di cinema e la sua giornata è scandita da raglie di cocaina e ketamina e innumerevoli bottiglie di birra. I suoi amici sono tutti “senza pelle” come lei: traveller, dropout e Junkie nemici del quieto vivere. Una mattina, casualmente, si scontra con Zanna, un tipo sveglio e disinvolto, malgrado l’evidente dipendenza da eroina. Ne nasce una sconvolgente storia d’amore, dura e appassionata, in un carosello di sbronze cattive, rave-party illegali e tenerissimi spogliarelli al chiaro di luna.


FUORI VENA
La strada si racconta
Il film di Tekla Taidelli
IN LIBRERIA!
DVD + libro
Tekla è una giovane punk che vive in una cascina occupata della periferia milanese. Frequenta una scuola di cinema e la sua giornata è scandita da raglie di cocaina e ketamina e innumerevoli bottiglie di birra. I suoi amici sono tutti “senza pelle” come lei: traveller, dropout e Junkie nemici del quieto vivere. Una mattina, casualmente, si scontra con Zanna, un tipo sveglio e disinvolto, malgrado l’evidente dipendenza da eroina. Ne nasce una sconvolgente storia d’amore, dura e appassionata, in un carosello di sbronze cattive, rave-party illegali e tenerissimi spogliarelli al chiaro di luna.
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martedì 24 giugno 2008
il Duka prende il volo
Una volta Morgana, tornando da Londra, ha portato al Duka una rivista gratuita che si trova al bordo degli aerei. Si chiama TopFly. Leggendo il colophon Morgana ha scoperto che ci scriveva un suo amico...
...insomma con nostra grande sorpresa abbiamo scoperto che sull'ultimo numero c'è una recensione di Roma K.O.
eccola, da leggere fino alla fine!
Marco Philopat non è solo bravo. E' anche "brave". Coraggioso. Cuor di Leone nell'espandersi, capace di trasfomare un'avventursa, poetica, suadente Odissea come l'infinita ribalderia della generazione punk anni '70 in perle avvincenti di gioiosa e sofferta contaminazione letteraria. Costretta a sanguinare, poiché esteticamente valida. Quasi bella. Se sei bello ti tirano le pietre. Se sei bravo, te le scrivono. Pietre nient'affatto tombali ma perentorie come la decisa spavalderia, assetata di giustizia, della banda Bellini, in grado di mettere ko un'intera generazione di borghesia benpensante. Detesto i benpensanti. Sarà perché a pensar male si commette peccato. E ci si azzecca. Questa volta a finire "ko" è la Città Eterna e di un romanzo come "Roma K.O." non posso che pensar bene. Uno spassoso e ribelle resoconto di cinque giorni adrenalinici, scandito dalla penna del Duka, accattivante bardo metropolitano che dispensa aneddoti a ritmo di imprese picaresche, percezioni sensoriali alterate, sesso, abuso d'autorità e abuso di sostanze eterogeneee, tanta musica e, soprattutto, tanta cultura underground.
Questa però è una rivista per paninari che viaggiano in aereo. Meglio così. E' bene diffondere il Verbo auspicando qualche (tardiva) conversione.
...insomma con nostra grande sorpresa abbiamo scoperto che sull'ultimo numero c'è una recensione di Roma K.O.
eccola, da leggere fino alla fine!
Marco Philopat non è solo bravo. E' anche "brave". Coraggioso. Cuor di Leone nell'espandersi, capace di trasfomare un'avventursa, poetica, suadente Odissea come l'infinita ribalderia della generazione punk anni '70 in perle avvincenti di gioiosa e sofferta contaminazione letteraria. Costretta a sanguinare, poiché esteticamente valida. Quasi bella. Se sei bello ti tirano le pietre. Se sei bravo, te le scrivono. Pietre nient'affatto tombali ma perentorie come la decisa spavalderia, assetata di giustizia, della banda Bellini, in grado di mettere ko un'intera generazione di borghesia benpensante. Detesto i benpensanti. Sarà perché a pensar male si commette peccato. E ci si azzecca. Questa volta a finire "ko" è la Città Eterna e di un romanzo come "Roma K.O." non posso che pensar bene. Uno spassoso e ribelle resoconto di cinque giorni adrenalinici, scandito dalla penna del Duka, accattivante bardo metropolitano che dispensa aneddoti a ritmo di imprese picaresche, percezioni sensoriali alterate, sesso, abuso d'autorità e abuso di sostanze eterogeneee, tanta musica e, soprattutto, tanta cultura underground.
Questa però è una rivista per paninari che viaggiano in aereo. Meglio così. E' bene diffondere il Verbo auspicando qualche (tardiva) conversione.
lunedì 23 giugno 2008
Dibattito sul Manifesto
Sabato 21 giugno sul Manifesto c'era un articolo di Luca Fazio che, prendendo spunto dalla minaccia di sgombero del Leoncavallo, faceva il punto sulla situazione dei centri sociali milanesi. Seguiva un pezzo di Marco Philopat che ha suscitato un dibattito.
Domenica 22 giugno, sempre sul Manifesto, c'era la lettera di risposta del Leoncavallo.
Per leggere entrambi gli interventi basta cliccare QUI.
Ci sembra che ci siano diversi spunti di discussione, per cui stiamo organizzando un incontro per confrontarsi. Presto ci saranno aggiornamenti.
Domenica 22 giugno, sempre sul Manifesto, c'era la lettera di risposta del Leoncavallo.
Per leggere entrambi gli interventi basta cliccare QUI.
Ci sembra che ci siano diversi spunti di discussione, per cui stiamo organizzando un incontro per confrontarsi. Presto ci saranno aggiornamenti.
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mercoledì 18 giugno 2008
manifesto e manifestazione
Sabato 14 giugno c'è stata la manifestazione dell'altra Roma, quella dei centri sociali, per protestare contro le politiche securitarie della nuova giunta e non solo.
Il Manifesto ha dato massimo rilievo all'iniziativa, dedicandole un paginone, che per metà descriveva le diverse situazioni romane e per l'altra parte analizzava Roma K.O., indicandolo come il romanzo capace di tracciare una mappa delle realtà di movimento non solo romane ma di tutta Italia, sia per il suo valore d'archivio storico sia per la lettura critica del presente.
Ecco il pezzo di Benedetto Vecchi:
"Surfando" sull'onda del movimento
“Siamo il sangue nuovo che scorre nelle metropoli”. Il Majakovskij reinterpretato dagli attivisti del Leoncavallo sintetizzava bene la scommessa politica che i centri sociali volevano rappresentare alla fine degli anni Ottanta. Un decennio di controrivoluzione neoliberale aveva cambiato radicalmente il panorama sociale delle metropoli italiane. Le mappe di Milano, Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Torino non si erano solo arricchite di nuovi quartieri, ma segnalavano anche la presenza di intere aree dismesse che avevano costituito, solo una manciata di anni prima, luoghi simbolici di quel conflitto operaio e sociale che aveva lanciato l'assalto al cielo. Capannoni industriali, laboratori artigianali, vecchi palazzi, scuole pubbliche fatiscenti e perfino vecchie caserme militari erano stati svuotati degli uomini e delle donne che li avevano fatti diventare punti di riferimento politici, sociali, perfino architettonici. Occuparli sembrava un gioco da ragazzi. E quando il Leoncavallo era riuscito vincente dal conflitto dalla giunta leghista che lo voleva sgomberare, il virus si era diffuso in tutta Italia.
L'essere riusciti a resistere alla marea limacciosa e conformista degli anni Ottanta portava a dire che chi stava in un centro sociale era legittimato a rappresentarsi come il sangue nuovo che scorreva nella metropoli. Perché i centri avevano imparato a memoria le nuove mappe delle città. E dei suoi nuovi centri di potere.
Il legame tra metropoli e centri sociali è d'altronde il filo rosso del godibilissimo libro scritto da Duka e Philopat, due personaggi che hanno attraversato quell'esperienza dal loro esordio alla loro crisi, vivendo il primo a Roma, il secondo a Milano. Ora il Duka alterna il lavoro di giornalista free lance all'attività di editore della Agenzia X. Philopat è uno scrittore e un editore. Questo scritto assieme è un libro di storia orale, che ha al centro il Duka, personaggio noto nel “movimento” romano, definito sarcasticamente un dandy di periferia. Affabulatore come pochi, “schizzato” come tanti frequentatori degli spazi occupati, il Duka ha vissuto il punk, la nascita e la diffusione dei centri sociali in tutta la loro parabola. Sempre con un'attitudine inquieta e refrattaria a qualsiasi deriva identitaria del movimento, anche quella verso la quale ha sentito e sente maggiore “affinità elettiva”.
Viene dalla periferia di Roma, conosce la cultura di strada e con pragmatismo e disincanto ha accompagnato l'esperienza delle Posse, ha spesso perorato la causa dell'“autoreddito”, cioè che i centri sociali dovessero “fare società” e dunque garantire un reddito a chi partecipava alla loro gestione. Ha spesso parlato dei luoghi autogestiti come spazi per organizzare il lavoro precario, nonostante il fatto che il Duka è per il rifiuto del lavoro. Eppure ha lavorato nei progetti di avviamento al lavoro promossi da sociologi fulminati sulla via del “capitalismo molecolare”. Ha vissuto la stagione del movimento no-global. È stato a Genova dove ha capito che la guerra permanente al terrorismo è anche operazione di polizia internazionale contro i movimenti. Ha visto molti attivisti scegliere di entrare in Rifondazione comunista, giudicando con lungimiranza quella scelta un suicidio politico. Ha visto consumarsi l'illusione, coltivata da alcuni centri sociali, di poter condizionare la governance messa in piedi sal sindaco Walter Veltroni. Insomma, il Duka “surfa” sempre sulle onde che il “movimento” produce.
Ma questo libro è un appassionato documento anche sulla crisi dei centri sociali, rappresentata nel libro dal finto sgombero di Corviale. In poco più di venti pagine, il Duka ne racconta le diverse anime. Ci sono i pink, gli amanti di Puffolandia, gli emmelle duri e puri, i deleuziani, i negriani, gli occupanti, i black bloc, i cobassini: tutti affettuosamente stigmatizzati per la loro inadeguatezza per quanto sta accadendo in città.
Il risultato elettorale che ha consegnato il Campidoglio ad Alemanno è stato solo la ratifica della loro crisi. Ma non della loro scomparsa. In queste settimane ci sono stati molti incontri e tutti assieme, cosa inedita vista la loro litigiosità, hanno cominciato tutti quanti assieme a fare i conti con il modello di metropoli che Walter Veltroni ha provato a realizzare. Un modello che aveva come perno una “economia dell'evento” che metteva al lavoro intellettualità di massa e una costellazione di piccole imprese e che aveva come polmone finanziario il “surplus” di profitti e di rendita proveniente da una sorta di “uso capitalistico del territorio” che le giunte di centro sinistra ha cercato di governare, ma non di contrastare. Ma ci sono anche i senza casa, i migranti, i precari sans phrase, tagliati fuori dal “modello romano”. Inoltre, incombe su di loro la minaccia di sgombero. Sanno che dovranno resistere.
Non c'è però nessuna possibilità di ritornare alle origini. Non potranno, credo, i centri sociali essere i fortini assediati da cui organizzare la resistenza. Dovranno semmai imparare a conoscere le nuove mappe della metropoli. Dovranno cioè pensare che ogni singola esperienza vada trasformata in inchiesta sulla metropoli, per parlare tanto alla forza-lavoro occupata nell'“economia dell'evento”, ma anche ai migranti, agli occupanti di casa, ai precari sans phrase. Solo così riusciranno a ritornare ad essere “il sangue nuovo che scorre della metropoli”. E solo così l'onda riprenderà la sua forza. Se così sarà, il Duka sarà lì di nuovo a “surfare”. Senza prendersi sul serio, anche quando racconta storie serie.
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lunedì 16 giugno 2008
nandropausa
Reduci dalla presentazione romana, troviamo un bellissimo articolo sul Manifesto di Benedetto Vecchi sabato scorso, di cui parleremo poi, e questa recensione di Wu Ming 5 apparsa su Nadropausa, newsletter semestrale delle letture dei cinque.
Eccolaù.
Duka & Marco Philopat, Roma k.o. Romanzo d'amore droga e odio di classe, Agenzia X, pp.220, € 16
Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.
Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia.
In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo è immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la città, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti – ma anche in periferie "illuminate" come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene – altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all'apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l'angolo voglia di ribellione, di libertà, di fuga.
Se c'è una cosa quindi che traspare da quest'ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka – vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- è il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d'uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l'idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all'edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l'idea che è possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi è uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti – la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi - si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine. Il rischio del reducismo è presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perché la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili – vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l'incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani - e i personaggi, specie il giornalista free lance ex-compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realtà, credibili. [WM5]
Eccolaù.
Duka & Marco Philopat, Roma k.o. Romanzo d'amore droga e odio di classe, Agenzia X, pp.220, € 16
Il sindaco V. vuole sgomberare i seimila abitanti di Corviale, che ha subito danni strutturali, in una tendopoli a Cinecittà, proprio di fianco a un grande centro commerciale.
Non è il migliore dei piani. Scoppia la rivolta, come c'era da aspettarsi. Black Bloc e donne velate, hippoppettari e massaie corvialine, riot grrrls fuori tempo massimo, rasta, coatti di quartiere, compagni. Partono cinque giorni deliranti.
Ricordo la frustrazione adolescenziale dello specchiarsi nelle vetrine e vedere che non si è vestiti nel modo giusto, che non lo si può essere. Infiniti episodi di violenza urbana hanno la radice in questo fondo emotivo. Merci attraverso vetrine, imprendibili, oggetti che consentirebbero una forma momentanea di riscatto. Protesi contro l'impotenza, palliativi contro il disagio, effetto placebo sociale: la chiave del grottesco, dello smisurato, del deforme, se giocata con misura, sembra essere uno dei modi più efficaci per raccontare la quotidianità di questo paese, in questo momento storico, purché venga espunta ogni tendenza dolciastra, felliniana nel senso deteriore del termine, e purché si presti una cura iperrealista alla descrizione di volti, oggetti, contesti, parole, modi. In altre parole, non occorrono giochi di specchi per scoprire la deformità nella vita di tutti i giorni. Basta essere moderatamente lucidi e attenti. La deformità del paese, in più, non si è prodotta ora. E' risultato degli ultimi venticinque anni di storia.
In questo romanzo, davvero, manca solo la giraffa che si suicida buttandosi dalla finestra di un edificio in fiamme. Eppure qui c'è il quotidiano, qui ci siamo noi come comunità, di fronte a una impasse storica che chi è nato e vissuto in un quartiere di periferia, come me, può interpretare come invito alla rivolta, anche senza futuro, purché divertente. Del resto anche l'edificio-simbolo da cui parte la vicenda del romanzo è immediatamente grottesco. Un edificio lungo un chilometro, epitome del disagio da metropoli, mutazione italica di concetti funzionalisti. Si dice che la presenza di Corviale alteri il flusso dei venti in tutta la città, che impedisca al ponentino di spirare. Di certo vivere in simili contesti – ma anche in periferie "illuminate" come la Barca, da cui provengo, cantata dagli Scritti Politti in Skank Block Bologna, o nel grigiore da hinterland che Philopat conosce bene – altera la prospettiva, la rende angusta, oppure spinge all'apertura, instilla in chi ha avuto la forza o la fortuna di guardare dietro l'angolo voglia di ribellione, di libertà, di fuga.
Se c'è una cosa quindi che traspare da quest'ultimo lavoro di Marco Philopat e del Duka – vera e propria memoria storica che ha attraversato decenni di movimento e di street life romana- è il materiale di cui siamo fatti tutti, noi che apparteniamo a generazioni vicine. Cascami di ideologie, assemblaggi di stili di strada, drammi e farse, oggetti d'uso, oggetti di culto, nomi di atleti e attori, droghe, l'idea del viaggio come ombra del quotidiano difficile, una tendenza allo stoicismo coniugata con la pulsione forte, vivida, potente al consumo, all'edonismo, al piacere, al dandismo da poveri, da classe operaia, l'idea che è possibile non fare un cazzo e vivere felici, anche se questa cosa poi è uno sbattimento infernale. Attorno alle storie del Duka, che coprono vicende lontane, disparate, eppure risonanti – la nascita del tifo organizzato nella curva romanista, i primi rave party a Ibiza, il punk e la new wave, il Chiapas pre-insurrezione, Amsterdam, i Paesi Baschi - si snoda una vicenda urbana contemporanea, appena oltre il plausibile, risolta con efficacia, divertente, agevole, popolare nella migliore accezione del termine. Il rischio del reducismo è presente, ma viene dribblato agilmente, con un tocco da futebol bailado sudamericano, perché la storia tiene, le storie del Duka sono impagabili – vedi quella del Punk Secco e della corsa di carrelli da supermercato, o l'incontro con i casseurs nella Parigi dei rifugiati politici italiani - e i personaggi, specie il giornalista free lance ex-compagno e pusher di coca (e anche un paio di presenze femminili) sono ben delineati, calati nella realtà, credibili. [WM5]
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venerdì 13 giugno 2008
a milano con i migranti a roma con il duka
Due iniziative oggi:
Alle ore 18 ci sarà la partita italia-romania. Per vederla tutti insieme -rom, sinti e italiani- a Milano ci sarà una grande festa e proiezione del match presso il campo di barzaghi-triboniano (il più grande della città), in vista della grande manifestazione di domani, sabato (il percorso dovrebbe essere: cimitero, campo barzaghi, viale certosa fino a piazzale accursio, quindi ritorno passando per viale
espinasse).
A Roma invece, presso il forte prenestino e durante il festival electrode, ci sarà la presentazione di Roma K.O. alle 21.30.
Il Duka ne parla insieme a Andrea Scarabelli e poi si esibisce in una performance di racconto orale musicato dal vivo di cui nulla ci ha voluto rivelare...
Alle ore 18 ci sarà la partita italia-romania. Per vederla tutti insieme -rom, sinti e italiani- a Milano ci sarà una grande festa e proiezione del match presso il campo di barzaghi-triboniano (il più grande della città), in vista della grande manifestazione di domani, sabato (il percorso dovrebbe essere: cimitero, campo barzaghi, viale certosa fino a piazzale accursio, quindi ritorno passando per viale
espinasse).
A Roma invece, presso il forte prenestino e durante il festival electrode, ci sarà la presentazione di Roma K.O. alle 21.30.
Il Duka ne parla insieme a Andrea Scarabelli e poi si esibisce in una performance di racconto orale musicato dal vivo di cui nulla ci ha voluto rivelare...
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