Questa mattina la notizia dello sgombero di Cox18.
il presidio e il congelamento dell'azione del comune.
tra poco alle 15.30 davanti a palazzo marino.
venite.
giovedì 22 gennaio 2009
lunedì 19 gennaio 2009
yes, we hope!

...8 years have been a bloody long time...
Martedì 10 gennaio sarà l'ultimo giorno della presidenza Bush e il primo di quella Obama. Speriamo comporti anche un cambio radicale e una presa di distanza dalla disastrosa politica statunitense di questi ultimi otto anni.
Speriamo.
Ma domani, per una sera, penseremo solo a festeggiare.
All'Arci Biko, un club fondato dal nostro amico Alem in onore di Stephen Biko.
Quindi, martedì 10, finito di cenare, tutti in via de Castillia, a Milano, per il party ElectroObama!
venerdì 16 gennaio 2009
"Smoke around europe"... con il Duka!
Enrico Fletzer ha recensito Roma K.O., sulla rivista internazionale antiproibizionista Soft Secrets. Riportiamo la recensione e vi invitiamo a visitare il sito di questo bimestrale edito in italiano, inglese, francese, spagnolo, olandese, polacco e ceco.
Basta cliccare QUI.
Siamo all'ultimo guizzo di follia creatrice di Marco Philopat e del Duka. I due folletti del movimento italiano operanti rispettivamente tra Milano e Roma e che in Roma K.O «romanzo d'amore droga e odio di classe ripercorrono lungo cinque catastrofiche giornate trenta anni di sconvolgimenti che hanno cambiato la storia e la cultura del movimento antiproibizionista del nostro paese. Sono stati bravi nell’attualizzare il mitico droga e rock'n’roll nel corso delle loro a affabulazioni in un paese meschino dove vige una guerra non dichiarata ai poveri e ai diversi, dove tutto è proibito ma come afferma qualcuno occorre cercare di "conquistarsi il futuro con le unghie e con i denti".
I due kamikaze si dimostrano all'altezza dell’arduo compito di rappresentare l'hard core italiano. Estremamente loquaci sono soprattutto in grado di ricomporre in maniera esilarante una profezia auto-avverante sulla prossima e definitiva distruzione di Roma. Marco Philopat, animatore del mitico Virus di Milano, il primo centro del movimento punk italiano a cui aveva dedicato Lumi di punk e Costretti a sanguinare, nel corso di questi anni, è divenuto sempre più avvezzo nel dipanare alcune interessanti leggende metropolitane come nel suo La Banda Bellini, la storia di un gruppo dell'autonomia milanese degli anni Settanta, d'estrazione proletaria e composto di "randa” dell'hinterland milanese che, armati di chillum e di carabine winchester, erano riusciti a mettere in crisi il centro di Milano ma anche le logiche della maggior parte dei gruppi politici dell'epoca.
Un'atmosfera di follia creatrice che avvolge il lettore anche in Roma K.O. che rappresenta la storia di un'intera generazione e che in certi tratti potrebbe ricordare Paura e delirio a Las Vegas. Il libro nasce da un canovaccio rielaborato da oltre cinquanta ore di registrazioni tra protagonisti dei movimenti sociali a cui si sono prestati centinaia di collaboratori e con i contributi più svariati che andavano dagli aperitivi del Mariani, mitico bar di San Lorenzo ai consigli del poeta e scrittore Nanni Balestrini, protagonista indiscusso della letteratura italiana e del Gruppo 63, a cui molti giovani scrittori sono debitori per la sua incredibile abilità d'intreccio tra biografie personali e flusso poetico. Uno per tutti, Balestrini ha da sempre espresso con procedimenti semantici sempre all'avanguardia i punti alti dell'avanguardia politico-artistica e letteraria del nostro paese fin dai tempi di "vogliamo tutto".
Ma è il Duka il vero ispiratore di Roma K.O. a cui come succede per i tanti personaggi il cui nickname altisonante come Il Conte a Venezia o Pino Angoscia a Bologna, svela qualità nascoste o per lo meno perturbanti. La sua pistola è ancora calda come potrete vedere su un bislacco filmato uscito sulla rete. Duka è considerato a torto o a ragione il dandy della scena alternativa romana. Forse perché ai tempi andava a Londra e ci teneva ad avere un aspetto curato pur militando nei centri sociali in cui il look ma non necessariamente importante.
Ignorato per ora incoscientemente dal l'establishment della sua città, la presenza e la prosa del Duka costituiscono una seria minaccia per l'ordine costituito, una vera e propria miccia accesa sotto una Città che si riteneva eterna o almeno prima del Duka che peraltro non odia i media e ne fa parte. Nella vita si occupa di cultura e di musica e ne scrive su "Liberazione" ed ha anche composto un clamoroso I hate music/Odio la Musica per la casa editrice Meridiano Zero.
Sarà una percezione molto soggettiva, ma Philopat e Duka mi ricordano entrambi Peter Pan o forse anche Pinocchio per i caratteristici nasi allungati e per le situazioni più impensabili vissute all'insegna dell'ironia e dell'humour in frangenti spesso drammatici o d’importanza. I loro guizzi e la loro inventiva sono ben rappresentati nel testo che riesce a far scompisciare non solo i già convertiti dell'underground a pugno chiuso o dell'antiproibizionismo militante ma anche la gente comune e forse perché no, gli stessi abitanti delle borgate protagonisti della grande esplosione-implosione di cui parla il libro. Il romanzo fila liscio con un ritmo incessante in una cornice in cui le sostanze e le rivolte improvvise e l'implosione del quartierone romano e che sfociano inesorabilmente in un finale apocalittico: la definitiva e totale distruzione della Capitale.
La storia è ambientata all'interno di un set surreale, nella zona del Corviale, un gigantesco e squallido palazzone che rappresenta egregiamente la periferia romana tanto decantata da Pasolini fino alle storie tossiche di Guido Blumir. Questo vero e proprio postaccio lungo un chilometro concorre per il premio Frankenstein con analoghi scempi edilizi come lo Zen di Palermo, il Virgolone e il Treno di Bologna o i palazzoni di Quarto Oggiaro a Milano. Al Serpentone in futuro potrebbero aggiungersi le centrali nucleari o gli inceneritori, pudicamente chiamati termo-valorizzatori. Ma la lista dei palazzoni implodenti potrebbe allungarsi fino a coinvolgere la stessa Sede Rai di Saxa Rubra a Roma che oltre che materia di numerose inchieste della magistratura e d'arresti eccellenti, secondo una leggenda metropolitana quasi inestirpabile, non sarebbe altro che la copia conforme del supercarcere peruviano di Lima poi riadattata a studio televisivo tra le proteste e i mugugni di tanti giornalisti Rai.
In questo contesto da "nessun dorma" e soprattutto in attesa della tanto auspicata esplosione/implosione di Roma, Philopat e Duka viaggiano in un completo trip pazzoide fatto di rivolta ed allucinazioni e che sembra indicare la strada per il definitivo esodo psichedelico rivoluzionario. Tra la defezione e la protesta è la prima che sembra prevalere nell'immaginario delle plebi in rivolta accampate nella tendopoli di Cinecittà apprestate dal Sindaco V.
Siamo a Roma nel settembre del 2008 in un Leviatano che hanno chiamato Il Corviale e che improvvisamente comincia a cedere come durante un'apocalisse preistorica in cui subisce gravi danni strutturali. Come annuncia il sito di un noto quotidiano romano "La tragedia è stata evitata per un soffio. Ieri notte alcuni teppisti hanno improvvisato un falò nelle cantine del Corviale, e solo il tempestivo intervento dei Vigili del fuoco ha evitato una strage. Secondo una prima ricostruzione, un gruppo di ragazzini adolescenti... Ribattezzato dai suoi abitanti ‘il Serpentone’, il gigantesco modulo abitativo è stato realizzato nel 1970 da un team d'architetti capitanato da Mario Fiorentino, ispirandosi ad un progetto simile di Le Corbusier a Marsiglia. Doveva essere una struttura autosufficiente e dotata di tutti i servizi necessari, una vera e propria città satellite. Il progetto però non e mai stato ultimato, e il gigantesco palazzone (il ‘diaframma che indica la fine della città e l’inizio della campagna’, secondo l'architetto Bruno Zevi) si è da subito trasformato nel luogo simbolo del degrado urbano”.
In questa situazione alla New Orleans il sindaco V. decide di trasferire i seimila aitanti abitanti in una tendopoli allestita a Cinecittà e a ridosso di un Ipermercato dove la rabbia degli sfollati e l'irrefrenabile desiderio della "roba" fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna. In questo romanzo d'amore droga e odio di classe edito dall'Agenzia X il Duka si prodiga anche in consigli per i viandanti: "Con le sostanze devi stare attento - ogni tanto rischi di annegarci dentro.
È come fare surf. Quando l'onda ti travolge non bisogna andare in panico - basta chiudere gli occhi e la bocca - ti lasci scorrere addosso la massa d'acqua e ti fai trascinare per un po' senza perdere la calma... Solo così puoi riemergere e affrontare fonda successiva''.
Ma l'apoteosi alla Nerone che scatta nel lettore di fronte al Serpentone che brucia sembra anticipare nuove apocalissi per Roma e per l'Italia dopo le conflagrazioni avvenute in quel castello di carte che nel romanzo appare il Corviale. In un crescendo megalomane non resta che rendere omaggio al Duka proprio come fa Gerardo, uno dei protagonisti: "...Penso anche a Ginevra, magari ha sentito pure lei questa bomba, l’aeroporto di Fiumicino e così vicino. Forse il rumore dell'esplosione l'ha raggiunta proprio nel momento in cui saliva la scaletta dell'aereo diretto in Corea del Nord. Forse il Duka ha calcolato anche il momento giusto per darle l'ultimo saluto... Che colpo! Un vero pugno da K.O. per Roma. BUM! Il Duka ha messo l’intera città al tappeto con un diretto in faccia, un colpo da campione.
Basta cliccare QUI.
Siamo all'ultimo guizzo di follia creatrice di Marco Philopat e del Duka. I due folletti del movimento italiano operanti rispettivamente tra Milano e Roma e che in Roma K.O «romanzo d'amore droga e odio di classe ripercorrono lungo cinque catastrofiche giornate trenta anni di sconvolgimenti che hanno cambiato la storia e la cultura del movimento antiproibizionista del nostro paese. Sono stati bravi nell’attualizzare il mitico droga e rock'n’roll nel corso delle loro a affabulazioni in un paese meschino dove vige una guerra non dichiarata ai poveri e ai diversi, dove tutto è proibito ma come afferma qualcuno occorre cercare di "conquistarsi il futuro con le unghie e con i denti".
I due kamikaze si dimostrano all'altezza dell’arduo compito di rappresentare l'hard core italiano. Estremamente loquaci sono soprattutto in grado di ricomporre in maniera esilarante una profezia auto-avverante sulla prossima e definitiva distruzione di Roma. Marco Philopat, animatore del mitico Virus di Milano, il primo centro del movimento punk italiano a cui aveva dedicato Lumi di punk e Costretti a sanguinare, nel corso di questi anni, è divenuto sempre più avvezzo nel dipanare alcune interessanti leggende metropolitane come nel suo La Banda Bellini, la storia di un gruppo dell'autonomia milanese degli anni Settanta, d'estrazione proletaria e composto di "randa” dell'hinterland milanese che, armati di chillum e di carabine winchester, erano riusciti a mettere in crisi il centro di Milano ma anche le logiche della maggior parte dei gruppi politici dell'epoca.
Un'atmosfera di follia creatrice che avvolge il lettore anche in Roma K.O. che rappresenta la storia di un'intera generazione e che in certi tratti potrebbe ricordare Paura e delirio a Las Vegas. Il libro nasce da un canovaccio rielaborato da oltre cinquanta ore di registrazioni tra protagonisti dei movimenti sociali a cui si sono prestati centinaia di collaboratori e con i contributi più svariati che andavano dagli aperitivi del Mariani, mitico bar di San Lorenzo ai consigli del poeta e scrittore Nanni Balestrini, protagonista indiscusso della letteratura italiana e del Gruppo 63, a cui molti giovani scrittori sono debitori per la sua incredibile abilità d'intreccio tra biografie personali e flusso poetico. Uno per tutti, Balestrini ha da sempre espresso con procedimenti semantici sempre all'avanguardia i punti alti dell'avanguardia politico-artistica e letteraria del nostro paese fin dai tempi di "vogliamo tutto".
Ma è il Duka il vero ispiratore di Roma K.O. a cui come succede per i tanti personaggi il cui nickname altisonante come Il Conte a Venezia o Pino Angoscia a Bologna, svela qualità nascoste o per lo meno perturbanti. La sua pistola è ancora calda come potrete vedere su un bislacco filmato uscito sulla rete. Duka è considerato a torto o a ragione il dandy della scena alternativa romana. Forse perché ai tempi andava a Londra e ci teneva ad avere un aspetto curato pur militando nei centri sociali in cui il look ma non necessariamente importante.
Ignorato per ora incoscientemente dal l'establishment della sua città, la presenza e la prosa del Duka costituiscono una seria minaccia per l'ordine costituito, una vera e propria miccia accesa sotto una Città che si riteneva eterna o almeno prima del Duka che peraltro non odia i media e ne fa parte. Nella vita si occupa di cultura e di musica e ne scrive su "Liberazione" ed ha anche composto un clamoroso I hate music/Odio la Musica per la casa editrice Meridiano Zero.
Sarà una percezione molto soggettiva, ma Philopat e Duka mi ricordano entrambi Peter Pan o forse anche Pinocchio per i caratteristici nasi allungati e per le situazioni più impensabili vissute all'insegna dell'ironia e dell'humour in frangenti spesso drammatici o d’importanza. I loro guizzi e la loro inventiva sono ben rappresentati nel testo che riesce a far scompisciare non solo i già convertiti dell'underground a pugno chiuso o dell'antiproibizionismo militante ma anche la gente comune e forse perché no, gli stessi abitanti delle borgate protagonisti della grande esplosione-implosione di cui parla il libro. Il romanzo fila liscio con un ritmo incessante in una cornice in cui le sostanze e le rivolte improvvise e l'implosione del quartierone romano e che sfociano inesorabilmente in un finale apocalittico: la definitiva e totale distruzione della Capitale.
La storia è ambientata all'interno di un set surreale, nella zona del Corviale, un gigantesco e squallido palazzone che rappresenta egregiamente la periferia romana tanto decantata da Pasolini fino alle storie tossiche di Guido Blumir. Questo vero e proprio postaccio lungo un chilometro concorre per il premio Frankenstein con analoghi scempi edilizi come lo Zen di Palermo, il Virgolone e il Treno di Bologna o i palazzoni di Quarto Oggiaro a Milano. Al Serpentone in futuro potrebbero aggiungersi le centrali nucleari o gli inceneritori, pudicamente chiamati termo-valorizzatori. Ma la lista dei palazzoni implodenti potrebbe allungarsi fino a coinvolgere la stessa Sede Rai di Saxa Rubra a Roma che oltre che materia di numerose inchieste della magistratura e d'arresti eccellenti, secondo una leggenda metropolitana quasi inestirpabile, non sarebbe altro che la copia conforme del supercarcere peruviano di Lima poi riadattata a studio televisivo tra le proteste e i mugugni di tanti giornalisti Rai.
In questo contesto da "nessun dorma" e soprattutto in attesa della tanto auspicata esplosione/implosione di Roma, Philopat e Duka viaggiano in un completo trip pazzoide fatto di rivolta ed allucinazioni e che sembra indicare la strada per il definitivo esodo psichedelico rivoluzionario. Tra la defezione e la protesta è la prima che sembra prevalere nell'immaginario delle plebi in rivolta accampate nella tendopoli di Cinecittà apprestate dal Sindaco V.
Siamo a Roma nel settembre del 2008 in un Leviatano che hanno chiamato Il Corviale e che improvvisamente comincia a cedere come durante un'apocalisse preistorica in cui subisce gravi danni strutturali. Come annuncia il sito di un noto quotidiano romano "La tragedia è stata evitata per un soffio. Ieri notte alcuni teppisti hanno improvvisato un falò nelle cantine del Corviale, e solo il tempestivo intervento dei Vigili del fuoco ha evitato una strage. Secondo una prima ricostruzione, un gruppo di ragazzini adolescenti... Ribattezzato dai suoi abitanti ‘il Serpentone’, il gigantesco modulo abitativo è stato realizzato nel 1970 da un team d'architetti capitanato da Mario Fiorentino, ispirandosi ad un progetto simile di Le Corbusier a Marsiglia. Doveva essere una struttura autosufficiente e dotata di tutti i servizi necessari, una vera e propria città satellite. Il progetto però non e mai stato ultimato, e il gigantesco palazzone (il ‘diaframma che indica la fine della città e l’inizio della campagna’, secondo l'architetto Bruno Zevi) si è da subito trasformato nel luogo simbolo del degrado urbano”.
In questa situazione alla New Orleans il sindaco V. decide di trasferire i seimila aitanti abitanti in una tendopoli allestita a Cinecittà e a ridosso di un Ipermercato dove la rabbia degli sfollati e l'irrefrenabile desiderio della "roba" fanno scattare un meccanismo fuori dagli argini della razionalità, destinato a cambiare persino gli equilibri meteorologici della città eterna. In questo romanzo d'amore droga e odio di classe edito dall'Agenzia X il Duka si prodiga anche in consigli per i viandanti: "Con le sostanze devi stare attento - ogni tanto rischi di annegarci dentro.
È come fare surf. Quando l'onda ti travolge non bisogna andare in panico - basta chiudere gli occhi e la bocca - ti lasci scorrere addosso la massa d'acqua e ti fai trascinare per un po' senza perdere la calma... Solo così puoi riemergere e affrontare fonda successiva''.
Ma l'apoteosi alla Nerone che scatta nel lettore di fronte al Serpentone che brucia sembra anticipare nuove apocalissi per Roma e per l'Italia dopo le conflagrazioni avvenute in quel castello di carte che nel romanzo appare il Corviale. In un crescendo megalomane non resta che rendere omaggio al Duka proprio come fa Gerardo, uno dei protagonisti: "...Penso anche a Ginevra, magari ha sentito pure lei questa bomba, l’aeroporto di Fiumicino e così vicino. Forse il rumore dell'esplosione l'ha raggiunta proprio nel momento in cui saliva la scaletta dell'aereo diretto in Corea del Nord. Forse il Duka ha calcolato anche il momento giusto per darle l'ultimo saluto... Che colpo! Un vero pugno da K.O. per Roma. BUM! Il Duka ha messo l’intera città al tappeto con un diretto in faccia, un colpo da campione.
giovedì 15 gennaio 2009
Comunicato stampa centri sociali
Diffondiamo...
La memoria, il presente e il sindaco con la celtica
Ci sono storie che hanno a che fare solo con il passato, che non parlano al presente e in cui la memoria si trasforma in liturgia. Il tempo scorre e quelle storie si allontanano da noi, come se facessero parte di un'altra vita.
La storia e il nome di Valerio Verbano non appartengono a questa categoria perchè la corsa di Valerio non si è fermata il 22 febbraio 1980, come avrebbero voluto le pallottole dei fascisti. La corsa di Valerio è continuata attraversando generazioni differenti. Solo un anno fa, più di duemila persone hanno invaso le strade del Tufello in un corteo attraversato da studenti, centri sociali, movimenti di lotta per la casa, collettivi femministi.
Un corteo che ha rinnovato la memoria antifascista nelle battaglie contro i "pacchetti sicurezza", gli omicidi sul lavoro, le aggressioni neofasciste e le campagne razziste funzionali soltanto al potere nel tempo della crisi e della guerra globale. Tutto questo, insieme al progetto di Palestra Popolare che porta il suo nome, racconta una memoria viva, una storia attuale e collettiva. La storia di una città ribelle.
Negli ultimi giorni, qualche acuto giornalista ha pensato bene di travisare le parole di Carla, la mamma di Valerio, trasformandole in un invito diretto al nuovo sindaco Alemanno a onorare la figura di Valerio il prossimo 22 febbraio, in via Monte Bianco.
Il sindaco Alemanno vorrebbe con questo gesto "pacificare" una storia del "passato". Non capendo, o non volendo capire, che in quella via e davanti a quella targa, oltre alla memoria storica, c'è la vita e la lotta quotidiana di migliaia di persone che combattono il modello di città e di società che la sua figura rappresenta.
La croce celtica, che il sindaco porta orgogliosamente al collo, è il simbolo più volte usato negli ultimi anni per sfregiare la lapide di Valerio e dietro il quale sono avvenute le centinaia di aggressioni in tutta Italia contro centri sociali, campi rom, migranti, omosessuali e lesbiche, semplici cittadini e cittadine che partecipavano a iniziative pubbliche. Solo pochi giorni fa, il 27 dicembre, c'è stata un'altra aggressione, nello stesso quartiere di Valerio, contro un ragazzo di 18 anni che usciva dall'Horus Liberato dopo un'iniziativa culturale.
Come massima figura istituzionale della città, ci aspettiamo atti concreti, piuttosto che un gesto provocatorio: sollecitare la riapertura del processo per Valerio e chiedere conto a chi di dovere come mai pochi anni fa sono scomparse dagli archivi della polizia diverse prove utili; rivolgersi all'area neofascista a lui limitrofa negli anni '70 e pretendere la verità come più volte richiesto anche da Carla Verbano; rompere qualsiasi relazione politica e istituzionale con quei personaggi e gruppi che aprono covi dove il primo insegnamento è "distruggi il diverso".
Onorare Valerio significa riconoscere progetti, percorsi, sogni che appartengono ai nostri giorni. Primi fra tutti, la Palestra Popolare a lui dedicata, a cui le istituzioni negano a tutt'oggi l'allaccio delle utenze. Una vergogna.
In questo contesto, la presenza il 22 febbraio in via Monte Bianco sarebbe vissuta come uno sfregio alla memoria collettiva e una provocazione politica. Gianni Alemanno non è il benvenuto.
Allo stesso tempo, facciamo appello a tutte le realtà antifasciste e democratiche, i centri sociali, le reti studentesche, le reti migranti, i movimenti di lotta per la casa, le associazioni, per costruire una grande mobilitazione in vista della giornata del 22 febbraio. Una giornata di lotta e di festa per ricordare a tutta la città che la nostra memoria non si cancella perchè vive nelle battaglie di tutti i giorni.
Adesioni metropolitane:
Astra19 spa, Palestra Popolare Valerio Verbano, Horus Liberato 2.0, Kollatino Underground, Strike spa, Esc atelier occupato, Csoa La Strada, ACTIon, Blocchi Precari Metropolitani, Coordinamento Cittadino di lotta per la casa, csoa Corto Circuito, csoa Spartaco, csa Sans Papier, ACTIon-A, Cantiere sociale deCOLLIAMO, ondarossa 32, Centro di Cultura Popolare Tufello, loa Acrobax, RiVolturno, polisportiva All Reds, Factory Occupata, InterOceanica Pirata (Sapienza), RadioTorre soundsystem, csoa Forte Prenestino, csoa ExSniaViscosa, csa La Torre, Palestra Popolare Corpi Pazzi
La memoria, il presente e il sindaco con la celtica
Ci sono storie che hanno a che fare solo con il passato, che non parlano al presente e in cui la memoria si trasforma in liturgia. Il tempo scorre e quelle storie si allontanano da noi, come se facessero parte di un'altra vita.
La storia e il nome di Valerio Verbano non appartengono a questa categoria perchè la corsa di Valerio non si è fermata il 22 febbraio 1980, come avrebbero voluto le pallottole dei fascisti. La corsa di Valerio è continuata attraversando generazioni differenti. Solo un anno fa, più di duemila persone hanno invaso le strade del Tufello in un corteo attraversato da studenti, centri sociali, movimenti di lotta per la casa, collettivi femministi.
Un corteo che ha rinnovato la memoria antifascista nelle battaglie contro i "pacchetti sicurezza", gli omicidi sul lavoro, le aggressioni neofasciste e le campagne razziste funzionali soltanto al potere nel tempo della crisi e della guerra globale. Tutto questo, insieme al progetto di Palestra Popolare che porta il suo nome, racconta una memoria viva, una storia attuale e collettiva. La storia di una città ribelle.
Negli ultimi giorni, qualche acuto giornalista ha pensato bene di travisare le parole di Carla, la mamma di Valerio, trasformandole in un invito diretto al nuovo sindaco Alemanno a onorare la figura di Valerio il prossimo 22 febbraio, in via Monte Bianco.
Il sindaco Alemanno vorrebbe con questo gesto "pacificare" una storia del "passato". Non capendo, o non volendo capire, che in quella via e davanti a quella targa, oltre alla memoria storica, c'è la vita e la lotta quotidiana di migliaia di persone che combattono il modello di città e di società che la sua figura rappresenta.
La croce celtica, che il sindaco porta orgogliosamente al collo, è il simbolo più volte usato negli ultimi anni per sfregiare la lapide di Valerio e dietro il quale sono avvenute le centinaia di aggressioni in tutta Italia contro centri sociali, campi rom, migranti, omosessuali e lesbiche, semplici cittadini e cittadine che partecipavano a iniziative pubbliche. Solo pochi giorni fa, il 27 dicembre, c'è stata un'altra aggressione, nello stesso quartiere di Valerio, contro un ragazzo di 18 anni che usciva dall'Horus Liberato dopo un'iniziativa culturale.
Come massima figura istituzionale della città, ci aspettiamo atti concreti, piuttosto che un gesto provocatorio: sollecitare la riapertura del processo per Valerio e chiedere conto a chi di dovere come mai pochi anni fa sono scomparse dagli archivi della polizia diverse prove utili; rivolgersi all'area neofascista a lui limitrofa negli anni '70 e pretendere la verità come più volte richiesto anche da Carla Verbano; rompere qualsiasi relazione politica e istituzionale con quei personaggi e gruppi che aprono covi dove il primo insegnamento è "distruggi il diverso".
Onorare Valerio significa riconoscere progetti, percorsi, sogni che appartengono ai nostri giorni. Primi fra tutti, la Palestra Popolare a lui dedicata, a cui le istituzioni negano a tutt'oggi l'allaccio delle utenze. Una vergogna.
In questo contesto, la presenza il 22 febbraio in via Monte Bianco sarebbe vissuta come uno sfregio alla memoria collettiva e una provocazione politica. Gianni Alemanno non è il benvenuto.
Allo stesso tempo, facciamo appello a tutte le realtà antifasciste e democratiche, i centri sociali, le reti studentesche, le reti migranti, i movimenti di lotta per la casa, le associazioni, per costruire una grande mobilitazione in vista della giornata del 22 febbraio. Una giornata di lotta e di festa per ricordare a tutta la città che la nostra memoria non si cancella perchè vive nelle battaglie di tutti i giorni.
Adesioni metropolitane:
Astra19 spa, Palestra Popolare Valerio Verbano, Horus Liberato 2.0, Kollatino Underground, Strike spa, Esc atelier occupato, Csoa La Strada, ACTIon, Blocchi Precari Metropolitani, Coordinamento Cittadino di lotta per la casa, csoa Corto Circuito, csoa Spartaco, csa Sans Papier, ACTIon-A, Cantiere sociale deCOLLIAMO, ondarossa 32, Centro di Cultura Popolare Tufello, loa Acrobax, RiVolturno, polisportiva All Reds, Factory Occupata, InterOceanica Pirata (Sapienza), RadioTorre soundsystem, csoa Forte Prenestino, csoa ExSniaViscosa, csa La Torre, Palestra Popolare Corpi Pazzi
Etichette:
centri sociali,
segnalazioni,
valerio verbano
lunedì 12 gennaio 2009
Pappé sulla "giusta furia di Israele"
Proponiamo un recente intervento dello storico israeliano Ilan Pappé, docente all'Università di Exeter e tra gli autori che intervengono nell'ultimo numero di Conflitti Globali, Israele come paradigma.
Ringraziamo Pappé e Alberto Pesavento, che ha tradotto l'articolo.
La giusta furia di Israele e le sue vittime a Gaza
La mia visita a casa in Galilea è coincisa con l'attacco genocida israeliano su Gaza. Lo Stato, attraverso i suoi mezzi di informazione e con l'aiuto del mondo accademico, ha diffuso un coro unanime – persino più forte di quello ascoltato durante il criminale attacco in Libano nell'estate del 2006. Israele è sommerso ancora una volta da una giusta furia che si traduce in delle operazioni di distruzione nella striscia di Gaza. Questa sconvolgente autogiustificazione dell'inumanità e impunità non è solo fastidiosa, ma è materia su cui vale la pena soffermarsi, se si vuol capire l'immunità internazionale per il massacro che imperversa su Gaza.
È basata in primo luogo su semplici bugie trasmesse in un linguaggio giornalistico che ricorda i momenti più bui degli anni Trenta in Europa. Ogni mezz'ora un notiziario alla radio e alla televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e il loro omicidio di massa ad opera di Israele come un atto di autodifesa. Israele presenta se stesso alla propria gente come la giusta vittima che si difende da un grande male. Il mondo accademico è arruolato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa sia la lotta palestinese, se guidata da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che in passato demonizzarono l'ultimo leader palestinese Yasser Arafat e delegittimarono il suo movimento, Fatah, durante la Seconda Intifada palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. È l'attacco diretto alle ultime vestigia di umanità e dignità del popolo palestinese ciò che fa più rabbia. I palestinesi in Israele hanno mostrato la loro solidarietà agli abitanti di Gaza e vengono ora bollati come quinta colonna all'interno dello Stato ebraico; il loro diritto a rimanere nella loro patria è messo in dubbio data la mancanza di supporto all'aggressione israeliana. Tra coloro i quali acconsentono – a torto, a mio parere – ad apparire nei media locali vengono interrogati, e non intervistati, come se si trovassero nella prigione dello Shin Bet. La loro entrata in scena è preceduta e seguita da umilianti sottolineature razziste e sono accusati di essere una quinta colonna, gente irrazionale e fanatica. Ma questa non è nemmeno l'abitudine più indecente. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati dal cancro in ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo abbiano pagato le loro famiglie perchè venissero ricoverati là. Israel Radio si reca ogni giorno all'ospedale per domandare ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto giusto sia Israele nei suoi attacchi e quanto malvagio sia Hamas nella sua difesa. Non c'è limite all'ipocrisia che una giusta furia produce. Il discorso di politici e generali oscilla senza posa tra l'autocompiacimento per l'umanità che l'esercito dimostra nelle sue operazioni "chirurgiche" da un lato, e il bisogno di distruggere Gaza una volta per tutte, in modo umano ovviamente, dall'altro.
La giusta furia è un fenomeno costante nell'espropriazione, oggi israeliana e a suo tempo sionista, della Palestina. Ogni atto, che si trattasse di pulizia etnica, occupazione, massacro o distruzione è sempre stato ritratto come moralmente fondato e come un puro atto di autodifesa perpetrato in modo riluttante da Israele nella sua guerra contro la peggiore specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume The Return of Zionism: Myths, Politics and Scholarship in Israel, Gabi Piterberg esplora le origini ideologiche e il progredire storico di questa giusta furia. Oggi in Israele, da sinistra a destra, dal Likud alla Kadima, dal mondo accademico ai mezzi di informazione, si può ascoltare questa giusta furia di uno Stato che è più occupato di qualsiasi altro nel mondo a distruggere ed espropriare una popolazione autoctona.
È cruciale analizzare le origini ideologiche di questa attitudine e trarne le necessarie conclusioni politiche a partire dalla sua diffusione. Questa giusta furia ripara la società e i politici in Israele da ogni rimprovero o critica all'estero. Ma ancor peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione nei riguardi dei palestinesi. Senza alcun meccanismo di critica interna e pressioni dall'esterno, ogni palestinese diventa un potenziale bersaglio di questa furia. Data la potenza di fuoco dello Stato ebraico può solo finire inevitabilmente in più omicidi di massa, stragi e pulizia etnica.
La convinzione a priori di essere nel giusto è un potente atto di abnegazione e giustificazione. Essa spiega perchè la società ebraica israeliana non si lascerebbe influenzare da discorsi sensati, punti di vista logici o dal dialogo diplomatico. E se non si vuole appoggiare la violenza come strumento per contrastarla, c'è solamente un'altra via davanti a noi: sfidare frontalmente questa cieca convinzione morale come una cattiva ideologia che si propone di occultare delle atrocità. Un altro nome di quest'ideologia è quello di Sionismo, e una condanna internazionale nei confronti del Sionismo, non solo nei casi di specifiche politiche di Israele, è il solo modo per respingerla. Dobbiamo provare a spiegare non solo al mondo, ma anche agli israeliani stessi, che il Sionismo è un'ideologia che appoggia la pulizia etnica, l'occupazione, e ora l'omicidio di massa. Ciò di cui ora si sente il bisogno non è solo di una condanna della strage in corso, ma anche della delegittimazione di un'ideologia che produce quella politica e la giustifica moralmente e politicamente. Lasciateci sperare che voci significative nel mondo dicano allo Stato ebraico che questa ideologia e l'intera condotta dello Stato sono intollerabili e inaccettabili e fintanto che persistano, Israele verrà boicottata e sarà soggetta a sanzioni.
Ma non sono un ingenuo. So che persino l'uccisione di centinaia di palestinesi innocenti non sarebbe sufficiente a produrre un tale cambiamento nell'opinione pubblica occidentale; ed è persino più improbabile che i crimini commessi a Gaza spingano i governi europei a cambiare la loro linea politica nei riguardi della Palestina.
Eppure, non possiamo permettere che il 2009 sia solo un altro anno, meno carico di significato del 2008, l'anno commemorativo della Naqba, e che non ha mantenuto le grandi speranze che noi tutti nutrivamo per il suo potenziale di trasformare radicalmente l'attitudine del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Sembra che persino i più orrendi crimini, come il genocidio di Gaza, siano trattati come eventi avulsi dal contesto, svincolati da ogni evento del passato e da ogni ideologia o sistema. In questo nuovo anno, dobbiamo provare a fare in modo che l'opinione pubblica riconsideri la storia della Palestina e le malefatte dell'ideologia Sionista come i migliori mezzi sia per spiegare le operazioni di genocidio come quello in corso a Gaza che come un modo per prevenire eventi peggiori a venire.
Nelle realtà accademiche, questo è già stato fatto. La nostra principale sfida è quella di trovare una modalità efficace per spiegare il collegamento tra l'ideologia Sionista e le passate politiche di distruzione, fino alla crisi attuale. Potrebbe essere più agevole farlo mentre, sotto le circostanze più terribili, l'attenzione mondiale è rivolta ancora una volta alla Palestina. Sarebbe persino più difficile in tempi in cui la situazione possa sembrare "più tranquilla" e meno drammatica. In tali momenti di "rilassamento", la soglia d'attenzione limitata dei mezzi di informazione occidentali marginalizzerebbe ancora una volta la tragedia palestinese, trascurandola per via degli orribili genocidi in Africa o per via della crisi economica e degli scenari ecologici da giudizio universale nel resto del mondo. Sebbene sia improbabile che l'informazione occidentale sia interessata a fare scorte di storia, è solo attraverso una valutazione storica che la mole dei crimini commessi contro il popolo palestinese nel corso degli ultimi sessanta anni può essere esposta. Quindi, è compito di un mondo accademico militante e dei media alternativi quello di insistere su tale contesto storico. Queste figure non dovrebbero sottrarsi, storcendo il naso, dall'informare l'opinione pubblica, e se tutto va bene persino dallo spingere i politici più attenti a guardare agli eventi con una prospettiva storica più ampia.
In modo analogo, potremmo essere in grado di trovare un modo più comprensibile, paragonato a quello accademico e intellettuale, di spiegare chiaramente che la politica di Israele degli ultimi sessanta anni deriva da una ideologia razzista egemonica chiamata Sionismo, protetta da infiniti strati di giusta furia. A dispetto della prevedibile accusa di antisemitismo e quant'altro, è il momento di associare nella mente pubblica l'ideologia sionista con gli oramai noti capisaldi storici del Paese: la pulizia etnica del 1948, l'oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora la strage di Gaza. Tanto quanto l'ideologia dell'Apartheid ha spiegato le politiche oppressive del governo sudafricano, questa ideologia -nella sua versione più condivisa e semplicistica- ha permesso a tutti i governi israeliani del passato e del presente di de-umanizzare i palestinesi ovunque essi si trovino e di aspirare a distruggerli. I mezzi sono cambiati da un periodo all'altro e da un posto all'altro, così come i racconti che nascondevano queste atrocità. Però c'è un modello chiaro che non può essere discusso esclusivamente nelle torri d'avorio accademiche, ma che deve fare parte del discorso politico sulla realtà contemporanea della Palestina oggi.
Alcuni di noi, vale a dire coloro i quali sono impegnati per la pace e la giustizia in Palestina, eludono inconsapevolmente questo dibattito concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Occupati Palestinesi (OPT) -la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Combattere là contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe far passare il messaggio che i poteri presenti in Occidente hanno adottato con gioia su suggerimento d'Israele: che la Palestina è solo la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e che i palestinesi sono unicamente le persone che vivono in quei territori. Noi dovremmo ampliare la rappresentazione della Palestina in senso geografico e demografico compiendo una narrazione storica degli avvenimenti del 1948, e richiedere pari diritti umani e civili per tutte le persone che vivono, o un tempo vivevano, in quelli che oggi sono Israele e gli OPT.
Collegando l'ideologia Sionista e le politiche del passato alle presenti atrocità, saremo in grado di fornire una spiegazione logica e trasparente alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi nonviolenti uno Stato ideologico che non ammette dubbi circa la propria rettitudine e che si permette, aiutato da un mondo taciturno, di espropriare e distruggere la popolazione autoctona della Palestina, è una causa giusta e morale. Sarebbe inoltre un modo efficace per stimolare l'opinione pubblica, non solo contro l'attuale politica di genocidio a Gaza, ma se tutto va bene anche per prevenire future atrocità. Ma in misura più importante di ogni altra cosa, sgonfierebbe la bolla della giusta furia che soffoca i palestinesi ogni volta che fa la sua comparsa. Aiuterebbe a far cessare l'immunità occidentale all'impunità d'Israele. Senza quell'immunità, si spera che sempre più persone in Israele comincino a vedere la reale natura dei crimini commessi in loro nome e che la loro furia si rivolga contro chi ha intrappolato loro e i palestinesi in questo inutile ciclo di spargimento di sangue e violenza.
Ilan Pappé
(Israel's righteous fury and its victims in Gaza)
The Electronic Intifada, January, 2nd 2009
Ringraziamo Pappé e Alberto Pesavento, che ha tradotto l'articolo.
La giusta furia di Israele e le sue vittime a Gaza
La mia visita a casa in Galilea è coincisa con l'attacco genocida israeliano su Gaza. Lo Stato, attraverso i suoi mezzi di informazione e con l'aiuto del mondo accademico, ha diffuso un coro unanime – persino più forte di quello ascoltato durante il criminale attacco in Libano nell'estate del 2006. Israele è sommerso ancora una volta da una giusta furia che si traduce in delle operazioni di distruzione nella striscia di Gaza. Questa sconvolgente autogiustificazione dell'inumanità e impunità non è solo fastidiosa, ma è materia su cui vale la pena soffermarsi, se si vuol capire l'immunità internazionale per il massacro che imperversa su Gaza.
È basata in primo luogo su semplici bugie trasmesse in un linguaggio giornalistico che ricorda i momenti più bui degli anni Trenta in Europa. Ogni mezz'ora un notiziario alla radio e alla televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e il loro omicidio di massa ad opera di Israele come un atto di autodifesa. Israele presenta se stesso alla propria gente come la giusta vittima che si difende da un grande male. Il mondo accademico è arruolato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa sia la lotta palestinese, se guidata da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che in passato demonizzarono l'ultimo leader palestinese Yasser Arafat e delegittimarono il suo movimento, Fatah, durante la Seconda Intifada palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. È l'attacco diretto alle ultime vestigia di umanità e dignità del popolo palestinese ciò che fa più rabbia. I palestinesi in Israele hanno mostrato la loro solidarietà agli abitanti di Gaza e vengono ora bollati come quinta colonna all'interno dello Stato ebraico; il loro diritto a rimanere nella loro patria è messo in dubbio data la mancanza di supporto all'aggressione israeliana. Tra coloro i quali acconsentono – a torto, a mio parere – ad apparire nei media locali vengono interrogati, e non intervistati, come se si trovassero nella prigione dello Shin Bet. La loro entrata in scena è preceduta e seguita da umilianti sottolineature razziste e sono accusati di essere una quinta colonna, gente irrazionale e fanatica. Ma questa non è nemmeno l'abitudine più indecente. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati dal cancro in ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo abbiano pagato le loro famiglie perchè venissero ricoverati là. Israel Radio si reca ogni giorno all'ospedale per domandare ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto giusto sia Israele nei suoi attacchi e quanto malvagio sia Hamas nella sua difesa. Non c'è limite all'ipocrisia che una giusta furia produce. Il discorso di politici e generali oscilla senza posa tra l'autocompiacimento per l'umanità che l'esercito dimostra nelle sue operazioni "chirurgiche" da un lato, e il bisogno di distruggere Gaza una volta per tutte, in modo umano ovviamente, dall'altro.
La giusta furia è un fenomeno costante nell'espropriazione, oggi israeliana e a suo tempo sionista, della Palestina. Ogni atto, che si trattasse di pulizia etnica, occupazione, massacro o distruzione è sempre stato ritratto come moralmente fondato e come un puro atto di autodifesa perpetrato in modo riluttante da Israele nella sua guerra contro la peggiore specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume The Return of Zionism: Myths, Politics and Scholarship in Israel, Gabi Piterberg esplora le origini ideologiche e il progredire storico di questa giusta furia. Oggi in Israele, da sinistra a destra, dal Likud alla Kadima, dal mondo accademico ai mezzi di informazione, si può ascoltare questa giusta furia di uno Stato che è più occupato di qualsiasi altro nel mondo a distruggere ed espropriare una popolazione autoctona.
È cruciale analizzare le origini ideologiche di questa attitudine e trarne le necessarie conclusioni politiche a partire dalla sua diffusione. Questa giusta furia ripara la società e i politici in Israele da ogni rimprovero o critica all'estero. Ma ancor peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione nei riguardi dei palestinesi. Senza alcun meccanismo di critica interna e pressioni dall'esterno, ogni palestinese diventa un potenziale bersaglio di questa furia. Data la potenza di fuoco dello Stato ebraico può solo finire inevitabilmente in più omicidi di massa, stragi e pulizia etnica.
La convinzione a priori di essere nel giusto è un potente atto di abnegazione e giustificazione. Essa spiega perchè la società ebraica israeliana non si lascerebbe influenzare da discorsi sensati, punti di vista logici o dal dialogo diplomatico. E se non si vuole appoggiare la violenza come strumento per contrastarla, c'è solamente un'altra via davanti a noi: sfidare frontalmente questa cieca convinzione morale come una cattiva ideologia che si propone di occultare delle atrocità. Un altro nome di quest'ideologia è quello di Sionismo, e una condanna internazionale nei confronti del Sionismo, non solo nei casi di specifiche politiche di Israele, è il solo modo per respingerla. Dobbiamo provare a spiegare non solo al mondo, ma anche agli israeliani stessi, che il Sionismo è un'ideologia che appoggia la pulizia etnica, l'occupazione, e ora l'omicidio di massa. Ciò di cui ora si sente il bisogno non è solo di una condanna della strage in corso, ma anche della delegittimazione di un'ideologia che produce quella politica e la giustifica moralmente e politicamente. Lasciateci sperare che voci significative nel mondo dicano allo Stato ebraico che questa ideologia e l'intera condotta dello Stato sono intollerabili e inaccettabili e fintanto che persistano, Israele verrà boicottata e sarà soggetta a sanzioni.
Ma non sono un ingenuo. So che persino l'uccisione di centinaia di palestinesi innocenti non sarebbe sufficiente a produrre un tale cambiamento nell'opinione pubblica occidentale; ed è persino più improbabile che i crimini commessi a Gaza spingano i governi europei a cambiare la loro linea politica nei riguardi della Palestina.
Eppure, non possiamo permettere che il 2009 sia solo un altro anno, meno carico di significato del 2008, l'anno commemorativo della Naqba, e che non ha mantenuto le grandi speranze che noi tutti nutrivamo per il suo potenziale di trasformare radicalmente l'attitudine del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Sembra che persino i più orrendi crimini, come il genocidio di Gaza, siano trattati come eventi avulsi dal contesto, svincolati da ogni evento del passato e da ogni ideologia o sistema. In questo nuovo anno, dobbiamo provare a fare in modo che l'opinione pubblica riconsideri la storia della Palestina e le malefatte dell'ideologia Sionista come i migliori mezzi sia per spiegare le operazioni di genocidio come quello in corso a Gaza che come un modo per prevenire eventi peggiori a venire.
Nelle realtà accademiche, questo è già stato fatto. La nostra principale sfida è quella di trovare una modalità efficace per spiegare il collegamento tra l'ideologia Sionista e le passate politiche di distruzione, fino alla crisi attuale. Potrebbe essere più agevole farlo mentre, sotto le circostanze più terribili, l'attenzione mondiale è rivolta ancora una volta alla Palestina. Sarebbe persino più difficile in tempi in cui la situazione possa sembrare "più tranquilla" e meno drammatica. In tali momenti di "rilassamento", la soglia d'attenzione limitata dei mezzi di informazione occidentali marginalizzerebbe ancora una volta la tragedia palestinese, trascurandola per via degli orribili genocidi in Africa o per via della crisi economica e degli scenari ecologici da giudizio universale nel resto del mondo. Sebbene sia improbabile che l'informazione occidentale sia interessata a fare scorte di storia, è solo attraverso una valutazione storica che la mole dei crimini commessi contro il popolo palestinese nel corso degli ultimi sessanta anni può essere esposta. Quindi, è compito di un mondo accademico militante e dei media alternativi quello di insistere su tale contesto storico. Queste figure non dovrebbero sottrarsi, storcendo il naso, dall'informare l'opinione pubblica, e se tutto va bene persino dallo spingere i politici più attenti a guardare agli eventi con una prospettiva storica più ampia.
In modo analogo, potremmo essere in grado di trovare un modo più comprensibile, paragonato a quello accademico e intellettuale, di spiegare chiaramente che la politica di Israele degli ultimi sessanta anni deriva da una ideologia razzista egemonica chiamata Sionismo, protetta da infiniti strati di giusta furia. A dispetto della prevedibile accusa di antisemitismo e quant'altro, è il momento di associare nella mente pubblica l'ideologia sionista con gli oramai noti capisaldi storici del Paese: la pulizia etnica del 1948, l'oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora la strage di Gaza. Tanto quanto l'ideologia dell'Apartheid ha spiegato le politiche oppressive del governo sudafricano, questa ideologia -nella sua versione più condivisa e semplicistica- ha permesso a tutti i governi israeliani del passato e del presente di de-umanizzare i palestinesi ovunque essi si trovino e di aspirare a distruggerli. I mezzi sono cambiati da un periodo all'altro e da un posto all'altro, così come i racconti che nascondevano queste atrocità. Però c'è un modello chiaro che non può essere discusso esclusivamente nelle torri d'avorio accademiche, ma che deve fare parte del discorso politico sulla realtà contemporanea della Palestina oggi.
Alcuni di noi, vale a dire coloro i quali sono impegnati per la pace e la giustizia in Palestina, eludono inconsapevolmente questo dibattito concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Occupati Palestinesi (OPT) -la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Combattere là contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe far passare il messaggio che i poteri presenti in Occidente hanno adottato con gioia su suggerimento d'Israele: che la Palestina è solo la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e che i palestinesi sono unicamente le persone che vivono in quei territori. Noi dovremmo ampliare la rappresentazione della Palestina in senso geografico e demografico compiendo una narrazione storica degli avvenimenti del 1948, e richiedere pari diritti umani e civili per tutte le persone che vivono, o un tempo vivevano, in quelli che oggi sono Israele e gli OPT.
Collegando l'ideologia Sionista e le politiche del passato alle presenti atrocità, saremo in grado di fornire una spiegazione logica e trasparente alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi nonviolenti uno Stato ideologico che non ammette dubbi circa la propria rettitudine e che si permette, aiutato da un mondo taciturno, di espropriare e distruggere la popolazione autoctona della Palestina, è una causa giusta e morale. Sarebbe inoltre un modo efficace per stimolare l'opinione pubblica, non solo contro l'attuale politica di genocidio a Gaza, ma se tutto va bene anche per prevenire future atrocità. Ma in misura più importante di ogni altra cosa, sgonfierebbe la bolla della giusta furia che soffoca i palestinesi ogni volta che fa la sua comparsa. Aiuterebbe a far cessare l'immunità occidentale all'impunità d'Israele. Senza quell'immunità, si spera che sempre più persone in Israele comincino a vedere la reale natura dei crimini commessi in loro nome e che la loro furia si rivolga contro chi ha intrappolato loro e i palestinesi in questo inutile ciclo di spargimento di sangue e violenza.
Ilan Pappé
(Israel's righteous fury and its victims in Gaza)
The Electronic Intifada, January, 2nd 2009
Etichette:
conflitti globali,
ilan pappe,
palestina
venerdì 9 gennaio 2009
Calendario Droghe 2009
Da lunedì 12 gennaio il calendarioDroghe 2009 sarà acquistabile online sul sito di Agenzia X oppure direttamente in redazione (via pietro custodi 12, Milano).
14 scatti del fotografo Alessandro Calderoni, una sostanza per mese, una sola modella: Tekla Taidelli, regista del film Fuori Vena.
Ecco cosa scrive a proposito di questo lavoro il fotografo:
Nel 2005, alla presentazione del mio primo libro, "Sopra le righe", un'inchiesta sul marketing degli stupefacenti, conobbi Tekla Taidelli, una giovane regista punk completamente fulminata ma decisamente creativa e molto brava nel gestire un linguaggio filmico crudo e diretto. Tre anni dopo, ci siamo risentiti e abbiamo deciso di creare un calendario un po' punk, un po' provocatorio, un po' postmoderno. Due ore di brainstorming, una settimana per i materiali, 14 ore di shooting, altrettante di editing ed è nata l'opera che vi metto a disposizione qui: dodici mesi per dodici tipi di stupefacenti. Naturalmente Tekla è la "modella", io sto dietro la macchina fotografica, come al solito. Con l'aiuto di Marta Confalonieri (make up artist), Cristina Piccinelli (costumista) e Ambra Terzi (scenografa), è venuto un buon lavoro. Potete scaricare le immagini, stamparvele o diffonderle (ricordando sempre i credit, please). Con i nostri migliori auguri...
Alessandro Calderoni
14 scatti del fotografo Alessandro Calderoni, una sostanza per mese, una sola modella: Tekla Taidelli, regista del film Fuori Vena.
Ecco cosa scrive a proposito di questo lavoro il fotografo:
Nel 2005, alla presentazione del mio primo libro, "Sopra le righe", un'inchiesta sul marketing degli stupefacenti, conobbi Tekla Taidelli, una giovane regista punk completamente fulminata ma decisamente creativa e molto brava nel gestire un linguaggio filmico crudo e diretto. Tre anni dopo, ci siamo risentiti e abbiamo deciso di creare un calendario un po' punk, un po' provocatorio, un po' postmoderno. Due ore di brainstorming, una settimana per i materiali, 14 ore di shooting, altrettante di editing ed è nata l'opera che vi metto a disposizione qui: dodici mesi per dodici tipi di stupefacenti. Naturalmente Tekla è la "modella", io sto dietro la macchina fotografica, come al solito. Con l'aiuto di Marta Confalonieri (make up artist), Cristina Piccinelli (costumista) e Ambra Terzi (scenografa), è venuto un buon lavoro. Potete scaricare le immagini, stamparvele o diffonderle (ricordando sempre i credit, please). Con i nostri migliori auguri...
Alessandro Calderoni
Etichette:
alessandro calderoni,
droghe,
fuori vena,
tekla taidelli
giovedì 8 gennaio 2009
nuovo anno
Eccoci di nuovo, nonostante la neve.
Prima di tutto grazie, anche se in ritardo, per l'incredibile partecipazione al (no)X(mas)party, che ha visto la redazione di AgenziaX contenere a fatica oltre un centinaio di amici, lettori, curiosi.
Grazie, davvero, a tutti.
Ieri, poi, è uscito su Dnews, il free press, un interessante articolo sullo steampunk, dalla moda allo stile di vita, a firma di Angelo DiMambro, che per una buona parte si occupa della Guida steampunk all'apocalisse. Lo trovate in rassegna stampa.
Altra importante novità: sono aperte le iscrizioni per il laboratorio di scrittura di Agenzia X, Scrittura teppista. Si tratta di 10 incontri di due ore ciascuno (da febraio e aprile, i martedì dalle 20 alle 22) tenuti da Marco Philopat e dalla redazione di Agenzia X, per sviluppare e affinare le capacità di scrittura.
Per tutte le info, cliccate QUI, oppure scrivete a press@agenziax.it, oppure chiamateci, perché no, allo 0289401966.
Prima di tutto grazie, anche se in ritardo, per l'incredibile partecipazione al (no)X(mas)party, che ha visto la redazione di AgenziaX contenere a fatica oltre un centinaio di amici, lettori, curiosi.
Grazie, davvero, a tutti.
Ieri, poi, è uscito su Dnews, il free press, un interessante articolo sullo steampunk, dalla moda allo stile di vita, a firma di Angelo DiMambro, che per una buona parte si occupa della Guida steampunk all'apocalisse. Lo trovate in rassegna stampa.
Altra importante novità: sono aperte le iscrizioni per il laboratorio di scrittura di Agenzia X, Scrittura teppista. Si tratta di 10 incontri di due ore ciascuno (da febraio e aprile, i martedì dalle 20 alle 22) tenuti da Marco Philopat e dalla redazione di Agenzia X, per sviluppare e affinare le capacità di scrittura.
Per tutte le info, cliccate QUI, oppure scrivete a press@agenziax.it, oppure chiamateci, perché no, allo 0289401966.
Etichette:
corso di scrittura creativa,
party,
scrittura teppista,
steampunk
Iscriviti a:
Post (Atom)
