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lunedì 15 dicembre 2008

Conflitti sotterranei

Due appuntamenti vicinissimi:

oggi pomeriggio, presso Palazzo Nuovo Occupato, a Torino
nella sala lauree di Lettere e Filosofia
ISRAELE COME PARADIGMA
Presentazione della rivista Conflitti Globali n° 6

Interverranno:
Angelo d'Orsi, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche di Torino
Massimiliano Guareschi, docente di Politiche globali presso l'Università di Genova
Marco Allegra, ricercatore presso il Dipartimento di Studi Politici di Torino
A seguire dibattito con i presenti.

domani, invece:

Libreria del Mondo Offeso - ore 18.30
I SOTTERRANEI DELLA RIVOLTA

Manolo Morlacchi presenta
La fuga in avanti
la rivoluzione è un fiore che non muore

Marco Philopat presenta
Roma K.O.
romanzo d'amore droga e odio di classe

giovedì 25 settembre 2008

Carmilla e "La fuga in avanti"

Carmilla, sito di letteratura, immaginario e cultura d'opposizione, torna ad occuparsi de La fuga in avanti.
L'aveva già fatto quando l'autore, Manolo Morlacchi, aveva scritto sul portale un intervento in risposta alla lettura di Wu Ming 1 su Nandropausa.

Oggi, invece, il sito propone la bellissima recensione di Daniela Bandini. Eccola:


Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, ed. Agenzia X-Cox 18, pp. 216, € 15,00.

Di questo libro si occupò a suo tempo Carmilla, era il 3 gennaio del 2008. Personalmente l’ho avuto tra le mani solamente una quindicina di giorni fa, e sento la necessità quasi fisiologica di condividere con i lettori le impressioni che questo libro mi ha trasmesso.
E’ opera di un uomo nato nel 1970, che rievoca la sua infanzia e la sua adolescenza, fortemente influenzate da una famiglia non esattamente coerente con il “decennio d’oro” che furono gli anni Ottanta. Tra i parenti nessun imprenditore rampante, nessuno che si sia arricchito coi Bot per acquistare la seconda casa, nessun avanzamento sociale, dal proletariato alla piccola borghesia, nessuna giacca di pelle o visone da ostentare con nonchalance, come l’avessero sempre avuta nell’armadio, nessun biglietto da 100 carte esibito nel portafoglio a suggerire “posso comprare tutto quello che voglio”. Manolo Morlacchi è figlio di brigatisti rossi. Coerenti, ostinatamente coerenti fino all’ultimo.

Pierino Morlacchi, il padre di Manolo, è nato nel 1938 ed è morto nel 1999. La madre, tedesca, Heidi Ruth Peush, è nata nel 1941 e deceduta nel 2005. Nella famiglia Morlacchi comunisti lo si diventava dalla prima poppata al seno. Già partigiani, milanesi del Giambellino, perseguitati dai fascisti, poi militanti del PCI, tanti fratelli e sorelle che facevano un gruppo unico, un saldo legame che non tradì mai, malgrado scelte diverse e spesso non condivise, quel fratello che aveva portato alle estreme conseguenze la sua ideologia, in perenne necessità di copertura, di affidamento dei figli, di denaro.
Enormi tavolate tra zii e cugini, anche più di venti persone, enormi mangiate quando ce n’era ed enormi bevute con quello che c’era, fratelli e sorelle in eterno pellegrinaggio tra le varie carceri italiane di tutta la penisola, clandestinità, arresti e ancora avvocati, processi, tribunali.
La specializzazione di Pierino furono le rapine, un asso del mestiere. Fu anche il protagonista di uno dei primi “sequestri” delle BR. Ho messo tra virgolette la parola sequestro perché oggi risulta quasi patetico chiamare così il prelievo di una persona fotografata da un commando e poi riaccompagnata nel luogo dove era stata prelevata, solo per dimostrare la potenza, la capacità logistica e militare dell’organizzazione.
Erano gli anni Settanta. Quasi impossibile oggi immaginare che in quegli anni le Brigate Rosse tenessero comizi pubblici al Giambellino, con Curcio che parlava e i compagni che presidiavano la piazza armati. Il consenso era altissimo tra la gente, Milano era popolo al Giambellino, lì “nuotavi come un pesce nell’acqua”, tra i tuoi.
La madre di Manolo, Heidi, nacque nella RDT, poi si trasferì nella Germania ovest, Londra, esperienze con i “figli dei fiori”, Milano nell’ambiente della Quarta Internazionale, e quindi l’incontro col Morlacchi. Da lì una vita in fuga, sempre in avanti però, come recita il titolo del libro. E’ forse la storia della madre, tutt’altro che comprimaria, ad avermi colpita maggiormente. Con i figli in giro per l’Italia, e poi anche per lei il carcere, la separazione, le lettere che scriveva loro, l’insegnamento dell’onestà, della dedizione alla causa, della coerenza personale come massima eredità da tramandare.
Lo stupore che suscita questo libro si può riassumere in due considerazioni: la prima è la singolare esperienza di un bambino che introietta dentro di sé tutte le contraddizioni di classe, di un’epoca che dalla Resistenza va al PCI e quindi alle BR; la seconda, che è conseguente alla prima, è la linearità di una scelta come la lotta armata.
Ci hanno abituati a pensare che il fenomeno lotta armata fosse un fatto marginale e circoscritto, secondario, addirittura salottiero: militanti figli di papà che si pentivano appena messo il piede in questura, intellettuali che facevano a gara a chi formulava i comunicati più illeggibili e indecifrabili (“deliranti”, li definiva regolarmente la stampa). Insomma, persone che più lontane non si può dal popolo, dal proletariato, e soprattutto dagli operai delle fabbriche.
Niente di più falso. Le prime BR erano parte integrante e decisiva di una linea politica che non poteva identificarsi con l’imborghesimento di un Partito Comunista che faceva della concertazione il suo cavallo di battaglia. E stiamo parlando di quello che succedeva nelle città. E nelle carceri, luogo fondamentale di reclutamento delle BR? Dobbiamo pensare che il proletariato carcerario degli anni Sessanta-Settanta era rappresentato da un ben caratterizzato gruppo sociale: semianalfabeta, per lo più parlava in dialetto meridionale. Furti, rapina e spaccio i delitti, quasi tutti legati a clan o gruppi familiari.
Al di fuori di quella realtà ci fu chi, come successe nelle carceri italiane, vedeva in quel sottoproletariato la risorsa per fare del mondo un luogo più giusto, umano e decente. Del tutto inaspettatamente chi si riteneva escluso dalla storia ne diventava il protagonista, con un linguaggio che non escludeva l’illegalità, quindi percorsi già noti, ma non più finalizazati all’arricchimento personale o del clan, bensì per portare a termine quel processo rivoluzionario verso uno stato socialista che il Partito Comunista aveva tradito.
Sono impressionanti, e perciò di eccezionale valore storiografico, le esperienze che Manolo racconta nel suo libro. Ci sono le lettere dal carcere, quelle scritte dai fratelli e dalle sorelle, quelle indirizzate ai figli, e poi la percezione palpabile di una Milano che scivola negli anni Ottanta e diventa irriconoscibile e anonima. L’arrivo di nuovi proletari che non si chiamano più tali, ma solo “i nuovi poveri”; i “marocchini”, non l’immigrazione del sud Italia ma quella del Marocco.
E i Morlacchi che di tutto questo se ne fregano. Ancora negli anni Novanta, fino al funerale di Pierino, uomini irriducibili, non della lotta armata ma della coerenza, che lo salutano con lo striscione: “Ciao Pierino. Fino alla vittoria. I compagni”.
E’ stata anche la mia frustrazione, per questo capisco così bene Pierino e Manolo. Mi trovavo a parlare con i compagni del PCI e non li capivo. Ero molto giovane allora, e pensavo che un militante del PCI facesse della sua vita un modello ideologico-comportamentale intransigente e incorruttibile, e inevitabilmente mi trovavo a subire conversazioni che riguardavano investimenti finanziari, ideali che non andavano al di là dell’acquisto di un appartamentino al mare, la partecipazione alla vita di partito che si limitava alla mangiata di polenta e salciccia alla festa dell’Unità.
Quelli erano i compagni? E il mio pensiero andava – sorridevo mentre lo cullavo nella mente - a una viaggio in treno di qualche tempo prima, in un vagone di seconda classe con alcuni coetanei, verso il sud. Di fronte a me un ragazzo teso, guardingo, un poco spaventato ma determinato, con folti baffi e capelli appena un po’ lunghi, che al tentativo di coinvolgerlo in una nostra conversazione rispondeva impacciato, in un italiano appena comprensibile.
Teneva stranamente una mano sull’avambraccio della mano sinistra, come a nascondere una ferita o una cicatrice sgradevole alla vista. Finalmente si addormentò, e pian piano la mano gli scivolo sul sedile. Ciò che teneva gelosamente nascosto era un grande tatuaggio con la stella a cinque punte e la scritta BR in evidenza. Roba fatta artigianalmente, in carcere. Quel giovane, decisi, era il mio referente. La persona per la quale avrei continuato a lottare.

lunedì 9 giugno 2008

La fuga in avanti

La figlia di Francesco Giordano ha scritto un bel testo con cui ha partecipato al Premio Sofia riguardo al libro La fuga in avanti di Manolo Morlacchi.
Eccolo:

La fuga in avanti
ovvero
...non ci vengano a parlare di fuga in avanti,
gli specialisti delle fughe all'indietro...


Il libro La fuga in avanti ho iniziato a leggerlo dopo averlo casualmente trovato sul comodino di mio padre attratta dal titolo curioso e anche dalla foto sulla copertina; avendolo tra le mani l'ho sfogliato prima superficialmente, poi senza fretta e con più attenzione, questa volta ho visto che vi erano delle foto in bianco e nero. Erano quelle della famiglia dell'autore, Manolo Morlacchi, e anche quelle dei funerali di suo padre.
Guardandole, pur se non attentamente, mi sono accorta di due cose: la prima è che ai funerali vi erano giovani e persone che tali non erano più, e in una di queste foto c'era mio padre, la seconda cosa che ho notato sono le foto della famiglia Morlacchi: ritraevano persone con la faccia onesta e pulita; avuta questa sensazione mi sono soffermata con più concentrazione.
La foto che ritraeva mio padre riprendeva quanti seguivano il feretro e io, ho pensato, non sapevo che vi avesse partecipato, eppure ci parliamo in famiglia, chissà perché non ha detto niente…come se fosse un segreto o qualcosa di cui non si parla abitualmente.
In ogni caso, mentre guardavo e leggiucchiavo qual e là, mi sono detta che poteva essere un'occasione per parlare con mio padre di questo segreto e così la prima sera possibile, di solito ci vediamo la sera perché lui lavora, gli ho detto subito che avevo aperto il libro e avevo visto la foto che lo ritraeva. Ho continuato dicendo che mi sarebbe piaciuto sapere se conosceva la persona morta, se conosceva la famiglia, in quali occasioni ecc…
Subito mi ha chiesto se avessi letto l'ultima pagina del libro, che vi era riportata una lettera che lui stesso aveva mandato a un giornale di sinistra.
Io quella lettera non l'avevo vista, poiché il libro lo avevo sfogliato senza guardarlo dappertutto, ma ora sono andata subito a riprenderlo e mi sono fiondata nell'ultima pagina dove ho subito visto la firma: Francesco Giordano. Poi ho scorso la lettera: Il corteo rosso inizia a muoversi e attraversa le vie dei quartieri Giambellino-Lorenteggio abituati fin dagli anni '70 (e prima) a vedere quel colore, a sentire quelle canzoni; e poi ancora: Camminiamo addolorati ma fieri incontrando spesso pugni chiusi che salutano e solidarizzano.
Dopo aver letto queste frasi e aver leggiucchiato qua e là ancora per una decina di minuti, mi sono seduta alla scrivania ed ho letto il libro d'un fiato.

Le immagini di questa famiglia antica, di questa grande famiglia operaia e antifascista, non sono facili da dimenticare, le loro storie e volti hanno in comune la generosità, l'onestà, la lealtà e l'altruismo. Le foto, bellissime, si mischiano a volantini politici, ritagli di giornali, e tra queste cose così varie non vi è contraddizione. Effettivamente anche questa famiglia era un tutt'uno.
Mi è inoltre molto piaciuto il fatto che esistesse un racconto continuo tra i familiari della famiglia Morlacchi, un raccontare la storia vissuta e tramandarla di generazione in generazione. Ad esempio, i terribili fatti come il coinvolgimento nel bombardamento delle scuole di Gorla, a Milano, che costarono la vita a Luciana Morlacchi (17 anni) e un trauma tremendo ad Adriano Morlacchi.
Colpisce come eventi drammatici vengano vissuti e oggi raccontati, con naturalezza. Le visite in carcere, i viaggi che i familiari effettuavano in giro per l'Italia, magari centinaia di chilometri per poter fare una o al massimo due ore di colloquio con il loro congiunto che si trova in prigione e poi le condizioni cui sono costretti a sopportare non spaventano i figli piccoli, proprio in virtù della naturalezza con cui se ne parla in famiglia.
E ancora i fatti raccontati che succedevano all'interno del quartiere riportavano una realtà completamente diversa da oggi, allora vi era una quotidianità fatta di condivisione della stessa condizione e scelta di stare dalla stessa parte; vi era una solidarietà tra quanti appartenevano alla stessa classe (questa frase, lo devo ammettere, è di mio padre).
Dopo aver letto il libro e aver saputo che mio padre aveva vissuto alcune esperienze degli anni '70, dove aveva conosciuto anche i protagonisti del libro, mi sono sentita bene, non saprei spiegarlo altrimenti, ma questa è la sensazione che ho provato, anche grazie al libro La fuga in avanti.

venerdì 30 maggio 2008

tra torino e san lorenzo

ieri sera il MI-LIBRI è andato benissimo, seguiranno rescoconti foto video...

per due segnalazioni:

domani, sabato, Manolo Morlacchi presenta La fuga in avanti presso Radio Blackout, a Torino (via Cecchi 21/a Torino - 105.250 FM), alle 17.30.

abbiamo scovato questo video sul quartiere rosso di San Lorenzo, di cui si parla ampiamente in Roma K.O.
per vederlo cliccate qui.